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Intervista per Musica Jazz

10-01-2011

Alceste Ayroldi / Danilo Gallo

Musica Jazz _gennaio 2011

Musica Jazz _gennaio 2011

di Alceste Ayroldi

 

MJ: Qual è il tuo background musicale? E quando ti sei avvicinato al jazz?

DG: Mi ritengo "onnivoro" nell'ascolto e nei miei gusti musicali. Il mio background e' quindi a 360 gradi. Da sempre ascolto un po' di tutto, negli anni della tarda adolescenza ho divorato il rock inglese di fine anni sessanta-primi settanta, questi ascolti mi hanno profondamente (s)colpito. Contemporaneamente studiavo chitarra classica e mi interessavo a quell'ambito, ma ero anche attento a quello che accadeva nel pop, nell'elettronica, nel punk, nella new wave... Ho suonato un po’ ovunque, dalle feste nelle balere, alle rassegne alternative nei centri sociali della mia regione. Al jazz sono arrivato relativamente tardi, un po' prima dei vent'anni con una cassetta del Joe Pass trio che mi avevano prestato. Quella musica mi fulmino' letteralmente, il suono acustico fu per me una scoperta sensazionale, gli stessi amici che mi diedero quel nastro mi stimolarono a proseguire l'approfondimento. Comprai quasi per caso un contrabbasso utilizzando dei soldi che dovevano essere destinati all’acquisto di una piccola macchina usata... Da lì ho intrapreso lo studio di questo strumento e l'interesse per questa musica s'è consolidato. Ho seguito una quindicina di lezioni in una scuola privata di Bari ma poi ho continuato da solo. Fondamentalmente sono un autodidatta. Ho "studiato" ascoltando i dischi ed andando ai concerti. Non ho pero' mai ascoltato con ossessione i bassisti. Non sto ad ascoltare le linee di basso o trascrivere gli assoli ma preferisco trarre spunto per lo più da altri strumenti. Penso che l'ascolto attento e curioso dei mondi sonori e timbrici di altri strumenti possa portare una linfa nuova, fresca ed "ingenua" anche nell'uso del proprio strumento.

MJ: Suoni in diversi gruppi e diverse situazioni: c’è un comune denominatore che segui?

DG: Si e' vero, suono in tanti gruppi anche molto diversi tra loro. Qualche volta mi domando se siano troppi, ma sono fatto cosi': farei un gruppo al giorno, mi piace suonare e confrontarmi con tanti progetti perche' ricevo sempre stimoli diversi e "novita'" sonore. Il comune denominatore lo trovo nel mio approccio alla musica tutta anche se sempre differente, nella mia attitudine a suonare sia una ballad "acustica", sia una "rumba", sia un brano "tirato" tendenzialmente punk piuttosto che un country spaghetti western! Esiste in me un filo conduttore che si rifa' un po' al concetto che spiegavo prima, della mia onnivoracita' musicale. E il linguaggio "jazzistico" aiuta questa mia propensione.

MJ: Ci sarà un gruppo a cui sei più affezionato…

DG: Ci sono tanti gruppi a cui tengo particolarmente, ma se la musica di un gruppo mi piace, e soprattutto sto bene con i musicisti che lo compongono, mi affeziono subito. Se non fossi affezionato ad un gruppo credo che non ci suonerei.

MJ: Ti definisci un produttore di “ bassi e rumori” : puoi spiegarci questa affermazione?

DG: Credo che i "suoni bassi" riproducano un po' il magma delle viscere della terra, da cui viene poi tutto fuori. La pulsazione ritmica poi degli strumenti bassi (mi piace dire "gravofoni') permette di "sviscerare" quello che si suona, di scavarci dentro e riportare fuori stati d'animo e quindi nuove direzioni e sviluppi di questo magma sulfureo. Per la precisione mi piace mutuare l'espressione di "produttore di gravita' ritmiche", per evidenziare la doppia funzione ritmico/magmatica di uno strumento per cosi dire "basso".

MJ: Sei nato a Foggia e vivi a Padova, anzi tra Padova e Berlino: quanto è importante essere nomade per un musicista?

DG: Si, orgogliosamente pugliese,  felicemente trapiantato al nord perche’ e’ li’ che si e’ consolidata sia la mia vita musicale che quella familiare, con delle puntatine periodiche a Berlino.

Credo che l'esperienza del viaggio, del sentirsi a casa e dello stare bene un po' ovunque sia fondamentale non solo per un musicista, ma dovrebbe esserlo per tutti: bisognerebbe scoprire, vedere, sentire, gustare, assaggiare, toccare, annusare ogni angolo di questo mondo per poi "processarlo" dentro noi stessi e tirarne fuori una versione personale, ma in sintonia con tutto il resto!

MJ: La tua panoplia bassistica è composta da un notevole numero di strumenti. Una scelta dovuta o voluta?

DG: Ne' dovuta ne' voluta: direi capitata. Amo suonare tutto cio' che e' "grave" e scoprirne le diverse sfumature: a casa suono molti piu' strumenti di quelli che poi suono dal vivo: e' un modo per arricchirmi di nuovi orizzonti sonori ed incuriosirmi ulteriormente rispetto alle potenzialita' dello strumento che piu' spesso poi suono.

MJ: Con quale artista (non necessariamente musicista) ti interesserebbe collaborare?

DG: Questa domanda attinge alla sfera dei sogni nel cassetto, ed i sogni nel cassetto non si svelano mai.

MJ: Il tuo bassista di riferimento.

DG: Come accennavo prima i miei riferimenti non sono “bassistici”, naturalmente ci sono diversi bassisti che mi hanno scosso. E’ difficile.... ne posso dire due? Uno su tutti: Charlie Haden, uno che ha cambiato la storia del contrabbasso, e per altri motivi..... Lemmy, dei Motörhead!

MJ: Sei un bassista leader. Cosa comporta tale ruolo all’ interno di un combo? E’ più complicato far capire ai tuoi compagni che “ comandi” tu?

DG: Credo che i grandi leader non siano quelli che "comandano", ma quelli che con una frase e con il lasciar la musica fluire mettano i propri musicisti nelle condizioni di tirare fuori il meglio di cio’ che hanno e le loro caratteristiche, nel bene e nel male. Credo che un leader che "pretenda" da un musicista di suonare delle cose che non siano nelle corde dello stesso, ad esempio,  sia un cattivo leader.

Credo ancora che il grande leader debba prendere una sola volta la decisione piu' importante: quando sceglie i musicisti del gruppo e del progetto che intende perseguire,  il resto  poi viene da se'.

Nel mio piccolo cerco di fare in questo modo: per il mio gruppo Gallo & The Roosters ho scelto prima degli amici, che sono poi dei musicisti di cui ero sicuro di potermi "fidare" per dar corpo alla mia musica, non ultimo Gary Lucas.

MJ: Parliamo de El Gallo Rojo: come nasce l’ idea di un’ etichetta, visto che il mercato discografico abbonda?

DG: L'idea nasce nel 2004 da me e Zeno de Rossi, in un tour musicale, tra Messico e Perù. Volevamo fondare un'etichetta che fosse indipendente ed originale sia nella forma musicale che in quella comunicativa, come l'impatto grafico. Tornati in Italia ne abbiamo parlato con l'amico Massimiliano Sorrentini ed altri amici musicisti ed è nata prima l'associazione culturale e poi il collettivo musicale, che all'inizio era composto da otto colleghi/amici. A distanza di cinque anni siamo diventati quattordici, tutti musicisti tranne uno. L'etichetta e' diventata a quel punto solo una delle manifestazioni del collettivo, la cui priorita' e' quella di sviluppare progetti musicali, confrontarsi, in quanto siamo musicisti e non discografici, quindi non abbiamo fatto conti di "marketing", ma semplicemente l'etichetta e' un mezzo, un veicolo per tirar fuori le nostre idee, in maniera, ripeto, autonoma, senza dover fare compromessi con nessun tipo di logica commerciale e d'impresa.
Da allora siamo sempre quotidianamente a confronto via mail, o attraverso delle cene "sociali", oltre che attraverso i nostri tanti incontri incrociati durante i concerti, e la cosa più bella è che siamo amici e ci divertiamo a correre insieme quest'avventura con grandissimo entusiasmo. Ci tengo a sottolineare che questa etichetta è un soggetto collettivo che si autotassa e si autogestisce, non è l'etichetta mia e di Zeno, come spesso purtroppo viene scritto, ma e' il "conjunto" di Massimiliano Sorrentini, Enrico Terragnoli, Francesco Bigoni, Alfonso Santimone, Nelide Bandello, Stefano Senni, Beppe Scardino, Dimitri Sillato, Piero Bittolo Bon, Achille Succi, Simone Massaron, Martino Fedrigoli, oltre a me e Zeno de Rossi.  Cerchiamo di darci dei ruoli e compiti nei vari aspetti dell'organizzazione e della gestione anche se siamo dei musicisti e non siamo molto esperti di altro. Comunque ognuno può intervenire su ogni questione e i ruoli prefissati possono poi essere variabili. Quando decidiamo di far uscire un disco lo mettiamo ai voti in cui prevale la maggioranza: questo in realtà vale per tutte le decisioni da prendere, non solo quelle discografiche.

Aggiungo ancora che l'impatto comunicativo e' per noi fondamentale e parte integrante della musica espressa nei dischi, quindi la grafica assume un valore imprescindibile: sin dall'inizio volevamo una linea forte, che potesse essere identificata subito. L'ideatore è stato Massimiliano Sorrentini, è lui il "concetto grafico" ma ora intervengono in molti fantastici disegnatori ed illustratori che traggono ispirazione per la loro arte grafica dalla musica del disco, e sposano la nostra filosofia.

MJ: La tua discografia ufficiale annovera ben 57 dischi: troppi o troppo pochi?

DG: Mi sembra siano 60 ed entro la fine del 2010 se ne aggiungeranno altri 2 o 3....

Sicuramente ce ne sono di bellissimi, belli e meno belli... qualcuno anche ingenuo, qualcuno che non mi assomiglia piu’….ma se tornassi indietro li rifarei tutti. Il documento discografico segna delle tappe importanti per un musicista,  un momento di riflessione e di ripartenza.

MJ: Come definiresti il tuo jazz?

DG: Vorrei usare in questa sede, se possibile, un'espressione del mio amico nonche' fantastico musicista, Enrico Terragnoli: "la mia musica e' jazz, senza la preoccupazione di dover suonare jazz!"

MJ: Dal punto di vista compositivo (ed anche esecutivo) non sembri disposto a giungere a “compromessi” commerciali: quanto pesa la tua onestà intellettuale in termini di visibilità?

DG: Quando compongo e quando eseguo la mia musica, onestamente, non penso per un istante a questa problematica: se un brano restera' tra i miei spartiti, o rimarra’ di nicchia o fara' il cosidetto "botto" non e' un problema che mi pongo,  perlomeno a priori.

L'onesta' intellettuale, e oserei dire anche una certa dose di ingenuita', sono stati i "propellenti"  del mio percorso musicale, e lo saranno, spero, per il resto della mia carriera, ma non per scelta a tavolino, ma per esigenza vitale.

MJ: Te la sentiresti di dare un breve giudizio sul panorama jazzistico internazionale ed anche italiano?

DG:In Italia ci sono tantissimi, dico tantissimi, musicisti fantastici, freschi, nuovi, curiosi, molti dei quali sono solo delle meteore e sconosciuti al palinsesto nazionale, che mi piacerebbe potessero calcare piu' spesso i palcoscenici dei festival.

Ci sono poi tanti collettivi che si organizzano e cercano di offrire alternative e comunque di sopravvivere nel panorama stantio (quello di facciata) del jazz nazionale.

Torno al discorso dell’onesta’ intellettuale ed anche alla responsabilita’ deontologica di noi musicisti in primis, dei giornalisti, dei direttori artistici, dei managers: ce n’e’ poca, troppo poca.  E soprattutto c’e’ pochissima curiosita’ da parte degli addetti ai lavori, e neanche volonta’ di correre rischio culturale. Il risultato e’ che i cartelloni sono l’uno “il copia/incolla” dell’altro.  Questo, semplicemente, non e’ giusto, ma altrettanto semplicemente, purtroppo, e’ lo specchio della realta’ socio-politico-culturale che stiamo attraversando.

Ma l’onesta’ intellettuale spesso non paga in termini di visibilita’, lo sottointendevi anche tu in una precedente domanda.

Il jazz, nel corso della sua storia, ci ha pero’ insegnato che i momenti migliori ed innovativi (nonche’ la linfa vitale dell’evoluzione di questa musica) si sono avuti quando ci sono stati episodi di “rottura” con lo status quo.

 

Internazionalmente... difficile dare un giudizio, ma direi che negli ultimi anni ci sono state tante cose interessantissime,  parlo ad esempio del "downtown" newyorkese, in quel filone c'e' a mio avviso il "nuovo jazz" (ahia, che espressione!), oppure un certo filone chicagoano... ma direi che anche in Europa ci sono esempi di musiche e musicisti interessanti,  c'e' un super filone tedesco,  ad esempio, tanto per citarne uno che mi capita di frequentare.

Il Jazz non e’ morto, tutt’altro.

MJ: A quali progetti stai lavorando e a quali vorresti lavorare?

DG: Continuo a scrivere musica, ovviamente, continuo a far dischi, e come sempre ho mille idee che mi frullano per la testa. Ma il mio progetto prioritario di questo momento e’ quello di cercare di far suonare i gruppi di cui sono leader o co-leader e proporre in giro questa musica: su questo sto lavorando e su questo vorro’ lavorare per i prossimi mesi.  E spero di riuscirci.