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Danilo Gallo "DARK DRY TEARS" - Roma, Auditorium

01-04-2015

Valeria Loprieno

NUCLEO ART-ZINE

Il Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica è trasformato, per l’occasione, in studio di registrazione. Grandi pannelli fonoassorbenti circondano le postazioni dei musicisti, ognuna con il proprio microfono a condensatore. L’impressione è proprio quella di spiare una session di registrazione privata, tanto che il leader di questa serata spiega al pubblico che, se si sente veramente la necessità di applaudire, deve aspettare qualche secondo alla fine di ogni pezzo. Il pubblico disciplinato eseguirà i suoi ordini.

Il leader in questione è il bassista pugliese Danilo Gallo, che ha presentato il suo nuovo quartetto artefice del disco che sarà edito proprio dall’etichetta dell’Auditorium parco della Musica. A supporto delle sue idee e delle sue sonorità, Gallo ha chiamato il batterista statunitense Jim Black, un jazzista dall’animo rock, uno dei più grandi artefici del downtown newyorkes, e due amici di tante avventure, Francesco Bearzatti, leader del longevo e affermato Tinissima 4et di cui Gallo fa parte, e Francesco Bigoni membro insieme a lui del collettivo El Gallo Rojo. Gli ultimi due al sax tenore e al clarinetto, Gallo invece ha alternato le 4 corde alle 6, dove per sei non si intende chitarra, bensì il Fender VI l’unico esemplare di basso elettrico a sei corde. Dal nome attribuito a questo progetto si capisce da subito che non sarà un lavoro solare, e, infatti, dopo un inizio esplosivo, già dal secondo brano si viene immersi in un atmosfera cupa, dalle tinte scure, quasi lugubri, l’andamento cadenzato del pezzo rimanda quasi ad una marcia funebre. Black si distingue subito per il suo suono corposo e il suo groove rockettaro, tra i suoi piatti una lamina in rame concava che emetteva un suono sordo e metallico molto intrigante.

I due fiati, molto simili nelle voci, si distinguevano per quelle sfumature e peculiarità che li rendono unici: più aspro, frastagliato e graffiante il suono di Bearzatti, più melodico quello di Bigoni. L’unione più interessante dei due è avvenuta quando, nell’unica ballad della serata, hanno utilizzato uno, Bigoni, il sax tenore e l’altro il clarinetto generando negli unisono un suono dolce e potente insieme. Subito dopo un pezzo dal sapore rock/progressive, quasi un manifesto di intenti per Gallo, bassista dall’animo punk/gothic. Il brano seguente si è distinto soprattutto per il solo al sax tenore di Bearzatti, un solo pieno di pathos, rabbia e padronanza tecnica.

Il tessuto ritmico indispensabile, il sottofondo energetico che ha creato le basi per la riuscita del tutto, il collante necessario della serata è stato naturalmente Danilo Gallo, che ha espresso la sua visione di musica. L’etichetta di musica jazz è utilizzata solo per conformismo, è una base su cui sperimentare ed esplorare, esprimere e confrontarsi. Aspettiamo con ansia il disco in autunno per godere della sua musica anche da casa.