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Mickey Finn + Cuong Vu "Gagarin!"

23-05-2010

various

CUONG VU trumpet, fx
ENRICO TERRAGNOLI guitars, podophono
GIORGIO PACORIG rhodes, piano
DANILO GALLO acoustic bass guitar, 12strings bass, doublebass
ZENO DE ROSSI drums, percussion

featuring CARLA BOZULICH vocals on #7

BOOKING & MANAGEMENT
ZERO ZERO JAZZ http://www.zerozerojazz.it/

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Mickey Finn (o semplicemente Mickey) è un termine gergale usato per indicare un drink addizionato di sostanze psicotrope che viene somministrato all'insaputa con l'intento di far perdere conoscenza": così recita Wikipedia, dandoci lumi sul significato del nome del gruppo che ha confezionato Gagarin!, ultimo prodotto di casa El Gallo Rojo. Ma ancora più interessante di questo è il riferimento al fatto che il suddetto "drink" venga spesso menzionato nei film polizieschi della metà del secolo scorso (ormai, si chiama così): è questo infatti il filo rosso (colore non scelto a caso, visto il nome dell'album e il design della copertina) che collega molti dei brani racchiusi nell'album, brani realizzati interamente da Gallo, De Rossi, Pacorig e Terragnoli con la partecipazione eccezionale di Cuong Vu (e, in un brano, di Carla Bozulich). Il sound generale, infatti, si trova a metà strada tra, da una parte, una sorta di psichedelia alienata e particolarmente succube della noia in cui buona parte della società contemporanea si troverebbe immersa (esempio di ciò può essere il metronomo\orologio continuo di I met Einstein in a dream, dedicato esplicitamente ad Allen Ginsberg), e dall'altra, una sorta di omaggio alle colonne sonore dei polizieschi (anche italiani, visto il titolo del brano Gian Maria Volonté e il suo riprendere il tema di un noto film poliziesco italiano in maniera minimale e ossessiva) con le loro sonorità taglienti, elettroniche e un po' kitsch (esempio lampante - e come al solito dotato di un titolo appropriato - è la traccia di apertura, The Lady is a Trans). Dal punto di vista strettamente musicale, il lavoro del gruppo "Mickey Finn", in cui si riconosce l'ormai ben noto marchio El Gallo Rojo, è eccellente, e ad esso si aggiunge con grande proprietà la sottolineatura della tromba di Cuong Vu, il quale si destreggia mirabilmente al suo strumento, com'è del resto ben noto. Il risultato non è di facile fruizione, per quanto l'emergere qua e là di frammenti melodici su un tessuto quasi sempre perfettamente ritmico lasci la possibilità anche di un ascolto più "disattento". I punti di forza stanno forse soprattutto nella ricchezza di idee e di riferimenti, musicali e non, di cui è intessuto il disco, oltre che nell'abilità di tutti i musicisti coinvolti, rendendo quasi impossibile stancarsi o voler togliere il disco dallo stereo: e in questo aiuta certamente l'altissimo livello prettamente "acustico" del materiale proposto.
Diego D’Angelo _Jazzconvention _ http://www.jazzconvention.net/index.php?option=com_content&view=article&id=357:mickey-finn-cuong-vu-gagarin&catid=2:recensioni&Itemid=4
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Studio acido, su corpo Davis elettrico. O, in alternativa, studio Zorn, su corpo elettrico Davis. In sostanza, grammo più, grammo meno. L'omaggio al cosmonauta sovietico, è un intricato piatto, dove, attimi piani, si alternano a momenti tumultuosi. La tromba effettata di Cuong Vu, a disegnar linee, ora malinconiche, ora lisergiche. Il quartetto ospitante (Giorgio Pacorig, fender rhodes, piano ed effetti, Enrico Terragnoli, all'elettronica, Danilo Gallo ai bassi vari, Zeno De Rossi, batteria e percussioni), apre e contrae organicamente il proprio suono, passando da sfuriate metalliche (Land Mine) a visioni in technicolor (l'iniziale The Lady Is A Trans), non disdegnando (poteva esser altrimenti...), blues e funk, in dosi variabili, (Again Again; strepitosa!). Bellissimo il liquido lavoro di Giorgio Pacorig alle tastiere, altrettanto affascinante, il gioco ad incastri, della ritmica di Zeno De Rossi e Danilo Gallo. La chitarra in alternanza fra furia ed assenze lunari. Molto settanta, ma anche molto post, Chicago (la scena...), e l'Inghilterra di un tempo. Roba da mandarne una copia a Robert Wyatt, tanto per vedere l'effetto. Su di un brano, presenzia Carla Bozulich. Un'elettrica magnificenza, fatta di vuoti e pieni. Tostissimi ed ellittici (altamente consigliato).
Marco Carcasi _Kathodik
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Apprendiamo da Wikipedia che "Mickey Finn" è un termine gergale usato per indicare un drink addizionato di sostanze psicotrope, servito all'insaputa del malcapitato con l'intento di fargli perdere conoscenza e derubarlo. Potrebbe bastare questo per inquadrare il progetto dell'omonima band, perché il loro Gagarin! contiene dodici brani vogliosi d'esplorazione, pieni di allucinazioni sonore, labirinti ritmici, e visioni celestiali che richiamano i viaggi psichedelici. La band si muove seguendo delle linee compositive trasversali e si avvale della collaborazione decisiva del trombettista Cuong Vu, il quale svolge il ruolo di capofila in questa attraversata musicale che contempla momenti di assoluto smarrimento ("The Lady Is a Trans") a scenari rarefatti persi nel vuoto ("Amy"). Le melodie sono poche, ma quando prendono il sopravvento rilasciano emozioni autentiche e cullanti ("Serpente"). Il lavoro trova il suo passaggio migliore quando è chiamata in causa Carla Bozulich (aka Evangelista), ospite speciale nella scurissima "I Can't Feel It Anymore," che con la sua voce restituisce una parvenza di umanità in un contesto dove sembra spesso di trovarsi al cospetto di un qualcosa di alieno, fuori dall'ordinario. Gagarin! è un disco stimolante, per la nutrita serie di sorprese che porta dentro di sé, l'importante è assaporarlo a piccole dosi e senza esagerare, a meno che non si abbia voglia di prendere una bella sbornia sonora, di quelle che non si dimenticano. Valutazione: 4 stelle
Roberto Paviglianiti _All About Jazz _ http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4626
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Per la registrazione di “Gagarin!” la cooperativa El Gallo Rojo ha chiamato la sua task force e per ospite il trombettista Cuong Vu. Partecipano il tastierista Giorgio Pacorig, l’evoluto chitarrista Enrico Terragnoli, i fondatori della label Danilo Gallo e Zeno de Rossi, rispettivamente al basso e alla batteria. In “I can’t feel it anymore” s’aggrega la cantante Carla Bozulich, il cui intervento straniante e sbilenco sembra mediare Bjork e Rickie Lee Jones. L’ancora giovane Cuong Vu, originario del Vietnam, oltre agli studi classici vanta quelli con il grande teorico George Russell e le collaborazioni con Pat Metheny, Dave Douglas, Bobby Previte, Chris Speed, Gerry Hemingway. “Gagarin!” e’ condiviso alla pari dai creativi musicisti nostrani e dal trombettista, insieme spiccano voli siderali, quasi per acciuffare lo “spirito spaziale” del povero astronauta russo. La sei corde di Terragnoli in “Serpente” e’ rovente, lisergica, delirante; idem la tromba di Vu nella plastica e inquieta “The Lady is A Trans”, vertice del cd: colpisce il dinamico “battito” ritmico -pulsante e trascinante, leggero e non ingombrante- di Gallo e De Rossi, dove il sussurrato zin-zin dei piatti favorisce il pizzicato liquido ma inesorabile del basso, un semplice quanto efficace giro in walking distante dai soliti pattern scolastici. Col tema saltellante di “Gian Maria Volonte’”, entriamo nel clima teso del film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. Lo spedito fraseggio di Cuong Vu in “And Again” pare sintonizzato con la new wave dei Television. Ipnotici, sospesi e descrittivi i tremolanti arpeggi di Terragnoli in “Amy”, mentre la tromba vaga nei lidi “calmi e rilassati” del cool. Contrasti che iniettano freschezza e vitalita’.
Enzo Pavoni _Audioreview _Qualita’ Artistica 8,5/ Qualita’ sonora 9
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L’ascolto del brano iniziale potrebbe trarre in inganno, seppur piacevolmente. Infatti, i 12’28’’ di “The Lady is A Trans”, composta da Gallo, scaturiscono da un assemblaggio di suggestioni davisiane riconducibili a “Bitches Brew”. Lo comprovano il felpato incedere ritmico, le liquide tessiture del fender rhodes, la ricerca di spazi e silenzi. Un insieme che a tratti richiama vagamente la Pharaoh’s Dance di Zawinul che apriva quella storica seduta. In altre parole, una degna risposta – europea e contemporanea – a quella poetica dell’essenzialita’, del dire e non dire, che contraddistingueva la cifra di Davis. Nei restanti nove brani, frutto degli sforzi compositivi di tutti i componenti, prevalgono invece contenuti e riferimenti ben diversi. La presenza di Cuong Vu (sue sono “Again Again” e “And Again”) e la sua inclinazione per il filtraggio elettronico dello strumento, mai banale o effettistico, certamente stabiliscono un saldo legame con certo avant jazz americano attento agli stimoli provenienti da aree contigue. Del resto, composizioni come “Serpente” di Terragnoli o “Land Mine” di Pacorig privilegiano climi elettrici timbricamente sfaccettati e dinamiche scansioni rock. Per varieta’ di temi e situazioni si potrebbe azzardare un parallelo con John Zorn, musicista del resto ammirato dai membri del gruppo. Si prendano ad esempio i brani firmati da De Rossi che, oltre ad essere un batterista estremamente versatile, si conferma compositore prolifico. “Gian Maria Volonte’” e “Jean Gabin” testimoniano la sua passione per il rapporto tra musica e cinema, non a caso condivisa da Zorn. Addirittura, il primo brani evidenzia palesi rimandi a Morricone, che per il compositore newyorkese rappresenta una sorta di “cult” (si ricordera’ a tal proposito il suo “The Big Gundown”). Ma anche “I met Einstein in a Dream”, con dedica ad Allen Ginsberg, potrebbe assumere una valenza cinematografica, con la sua melodia scarna ed ipnotica, sorta di straniato carillon articolato intorno ad un metronomo. Infine “I can’t feel it anymore” vede l’apporto vocale di Carla Bozulich, autrice del testo. La canzone avrebbe potuto ben figurare in album di Bjork o Portishead, ad ulteriore testimonianza dell’apertura di questi musicisti e della loroa attenzione a stimoli “esterni”.
Enzo Boddi _JazzColours
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Davvero notevole il quintetto Mickey Finn (dal collettivo El Gallo Rojo) impreziosito dalla tromba di Cuong Vu: un suono elettrico - nel quale riecheggiano il Miles Davis degli anni Settanta e il rock inglese, le "posterità" chicagoane e il funk - che si distende in paesaggi onirici e inquieti, quasi fossero infestati da spettri a bassa fedeltà. Bravissimi Giorgio Pacorig alle tastiere e Enrico Terragnoli alla chitarra, sostenuti da un sulfureo Danilo Gallo al basso e da Zeno De Rossi alla batteria, mentre Cuong Vu pennella le sue consuete linee lisergiche e struggenti.
Enrico Bettinello _Il Giornale della Musica

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Mickey Finn incontra Cuong Vu... é nella definizione la sintesi più appropriata della situazione sonora creata dai cinque musicisti e, tutto sommato, difficile da raccontare. Mickey Finn è un progetto che nasce e prospera all'interno del Collettivo El Gallo Rojo; il meccanismo del gruppo si basa su una forte concezione ritmica che sostiene le diverse direzioni delle improvvisazioni. Si può riassumere la costruzione del suono della formazione in questo modo: i solisti sono spesso presenti insieme nella guida della musica e creano il tessuto sonoro con l'intreccio dei differenti percorsi mentre la ritmica - solida, imperturbabile, diretta - lavora per dare vita ad un sostegno continuo, quasi ai limiti del loop e della serialità in alcuni casi.
Le due fasi non sono affatto scollegate, anzi... il gruppo realizza un territorio misto dove i due aspetti si avvicinano, gli strumenti si affacciano, talvolta, nell'altro versante per dare corpo agli assolo del basso e della batteria oppure per risolvere le funzioni armoniche del Fender e della chitarra.
Questa la partenza. Il risultato si dispiega in direzioni diverse: una melodicità lirica, ampi spazi di libertà, un groove serrato e progressivo. Direzioni diverse legate da un atteggiamento preciso. Come si diceva in precedenza, una ritmica forte e spigliata stabilisce i punti di riferimento per la presenza plurale e contemporanea dei tre solisti, improvvisazioni libere che giocano su incastri e sottrazioni e si giovano, in modo reciproco, dell'apporto delle altre linee.
L'incontro con Cuong Vu rende le direzioni musicali di Mickey Finn ancor più essenziali e precise: il risultato é in una musica che si compone di differenze più nette tra i diversi momenti e di passaggi più fluidi e naturali. Il punto é nell'inserire, infatti, un musicista in una formazione di per sé autonoma, come ricorda Danilo Gallo, nell'intervista realizzata in occasione del concerto foggiano.
La forma espressa da Mickey Finn é una forma liberamente rigorosa (o, se si vuole, rigorosamente libera): una situazione che prevede un forte ancoraggio alla ritmica e una stratificata gestione della melodia. Le voci della chitarra, del Fender e, in questo caso, della tromba si sommano, si contrastano e si supportano per creare l'impasto melodico del brano.
Cuong Vu interagisce in modo naturale con questa visione: rilancia, riporta e ribadisce le espressioni sonore della ritmica e delle altre due voci; inserisce il proprio mondo sonoro nell'anima musicale di Mickey Finn.
La libertà espressa dal gruppo passa attraverso la creazione di una comune idea sonora, piuttosto che attraverso l'idea di sovrapporre linee e suoni senza controllo. É il suono la chiave del ragionamento di Mickey Finn: suono creato da strumenti, da effetti, dal particolare approccio alla musica e allo strumento, dalle aperture ad altri mondi sonori.
Il suono della formazione rappresenta perciò uno degli aspetti più interessanti del progetto. Sul palco sono presenti pedali ed effetti in quantità, cavi e cavetti di collegamento, una profusione di attrezzi che modificano, filtrano i suoni, intervengono sull'interpretazione dei diversi strumenti: tutto questo si traduce in un impatto paradossalmente acustico, naturale. L'utilizzo delle modifiche é sottile, calibrato: presente, e tanto, ma discreto. Si stabilisce una possibilità sonora diversa, sempre attiva utilizzata dai cinque, ma il suono originale, "acustico", di ogni strumento é sempre protagonista.
Il suono é il punto focale di tutta la costruzione del concerto, la base di partenza dalla quale far scaturire le possibilità di intreccio e di incastro. L'intervento sui suoni permette e giustifica i passaggi, le invenzioni e la presenza concomitante dei tre solisti. Un momento su tutti: lo scratch effettuato da Cuong Vu con la tromba che assolve, allo stesso tempo, funzioni ritmiche e melodiche e libera spazio sonoro, diventa punto d'appoggio per gli interventi degli altri musicisti.
Fabio Ciminiera _Jazzconvention _Live Cafeteria del Centro - Foggia, 22.1.2007

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Atmosfera ipnotica con Cuong Vu e i Mickey Finn. Ritmi convulsi, sincopati, a tratti nervosi dove la melodia fa fatica a seguire strumenti perennemente in fuga. Ora la chitarra, ora il basso e la batteria costantemente inseguiti dalla tromba di Cuong Vu, il trombettista coreano, nominato miglior talento internazionale 2006 dalla rivista Music jazz che ieri si è esibito con il gruppo italiano Mickey Finn alla Caffetteria del centro di Foggia per l'unica tappa del sud Italia. Un nuovo appuntamento della rassegna musicale Lune…di jazz cui parte del ricavato è stato devoluto all'associazione Il Cireneo di San Giovanni Rotondo. Grande affluenza di pubblico ieri per apprezzare da vicino il talento di uno dei massimi esponenti della nuova generazione di jazzisti sperimentali. La tromba di Cuong Vu accavallandosi ai suoni quasi impazziti di Danilo Gallo, Zeno De Rossi, Enrico Terragnoli e Giorgio Pacorig, sembra riportare ordine nel pentagramma, anche se solo per pochi istanti. Tutto il fraseggio, impreziosito da improvvisazioni, sembra essere costruito per negare la continuità musicale, anche se con un virtuosismo e tecnicismo ai limiti dell'esasperazione. La continua interruzione del suono armonico, sembra ricalcare i tic e le piccole nevrosi quotidiane di chi vive in bilico tra il desiderio di percorrere una strada a senso unico e chi invece preferisce il repentino cambio di marcia. Tra caos ed armonia, ordine e disordine, Cuong Vu e i Mickey Finn hanno avvolto il pubblico in un'atmosfera onirica e a tratti ipnotica.
Marzia Campagna _Teleradioerre _Live Cafeteria del Centro - Foggia, 22.1.2007

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A pesar de tener un nombre con múltiples interpretaciones, Mickey Finn no es un músico sino un cuarteto italiano. Para su nueva grabación, Gagarin!, han contado con la colaboración del trompetista Cuong Vu. Este quinteto se sitúa estilísticamente entre las propuestas de Miles Davis de finales de los años 60 y la de grupos de rock progresivo de principios de los 70. El Fender de Giorgio Pacorig y la trompeta con efectos de Cuong Vu son los máximos responsables de que esas reminiscencias aparezcan casi de inmediato. También lo son las composiciones, que como se puede suponer más que crear melodías (que también), sirven para ir construyendo y transformando distintos ambientes. Los doce minutos de "The Lady Is A Trans", las breves "Again, Again" y "...And Again", la oscura y obsesiva "Land Mine" o "I Can't Feel It Anymore" (con la cantante Carla Bozulich) son algunos de los momentos más destacados de un disco en el que participa un grupo de músicos magníficos.
Pachi Tapiz _Toma Jazz _ http://www.tomajazz.com/bun/labels/Gallo%20Danillo.html
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Kvartetten Mickey Finn består av keyboardisten Giorgio Pacorig, gitaristen Enrico Terragnoli, bassisten Danilo Gallo og trommeslageren Zeno de Rossi. I tillegg har de med vokalisten Carla Bozulich på et av sporene på plata, uten at innspillingen forringes det minste av innhoppet.
Platen er innspilt i vakre Verona, og ut av det hele kommer en oppsiktsvekkende god plate proppet med kreativ, ny jazz. Oppskriften er å sette sammen elementer fra britisk rock fra 70-tallet, noen doser Miles Davis/Nils Petter Molvær-trompet, litt jazzgitar ala Wes Montgommery og strø over litt funk på toppen, og sim-sala-bim - «Gagarin!» er på plass.
For den som synes at mye av den «nye» jazzen blir litt for lik og ensformig, så er dette redningen. Misforstå meg rett; alt på denne plata er ikke like nyskapende. Mye kan knyttes opp mot noen av de «nyere» amerikanske banda som Medeski, Martin & Woods, men sammensetningen og helheten på denne hyllesten til astronauten Jurij Alekseevic Gagarin, er original og god. Vus «rustne» trompet på toppen av «koket», gjør dette til en av de mest interessante platene jeg har hørt på lenge. Dette bør være et must for neste års festivaler, eller hva Otnæs?
JAZZNYTT (NORWAY) _ http://www.jazznytt.no/index.php?option=com_content&task=view&id=474&Itemid=3