Reviews

Mickey Finn "Dudek!"

04-05-2007

various

GIORGIO "schreck" PACORIG devices
DANILO "sanchez" GALLO low strings
ENRICO "the king" TERRAGNOLI high strings, low strings on #9
ZENO "dj adomim" DE ROSSI skins
nice guest guy KYLE GREGORY horns on #9

Il Mickey Finn (o familiarmente Mickey), chi legge romanzi gialli lo sa di sicuro, è un drink addizionato di sostanze psicotiche somministrato all'insaputa di qualcuno con il preciso scopo di fargli perdere conoscenza.....Con queste premesse, se Mickey Finn diventa il moniker per un gruppo musicale, è facile immaginare quale proposito si prefigga. Registrato a Ljubljana nel 2005, Dudek! esordio discografico dei Mickey Finn, ha sicuramente un effetto Mickey che cela, sotto trame armoniche precise e suadenti, un substrato inconscio che lascia storditi ed attoniti..... Il disco esce in questi giorni edito da El Gallo Rojo e ne sono artefici Giorgio Pacorig (tastiere), Danilo Gallo (basso), Enrico Terragnoli (chitarra) e Zeno De Rossi (batteria).....La musica che scorre, seducente e invasiva, nasce dall'improvvisazione collettiva e fulminea e cresce in una psichedelia mesmerica per dipanarsi in note aggraziate e affascinanti..... Tra citazioni colte ed ironiche e omaggi cinematografici d'ogni specie (Redrum.Redrum.Redrum, Marcello Mastroianni) il quartetto si diletta a stemperare suoni e strumenti con l'intesa musicale che solo i grandi sanno raggiungere..... Piccoli temi armonici si amalgamano con l'immediatezza e l'intuizione restituendo composizioni ready-made di fattura elegante e di fascino ammaliante.....Il gusto più forte del jazz tradizionale viene a patti con quello sfaccettato dell'improvvisazione creando trame di sapore universale e di ampio respiro. Il rock progressivo di crimsoniana memoria evocato da "The Return of Giant Squid" e "Snoid" (con l'intervento incantevole della cornetta di Kyle Gregory), il morbido tessuto old-fashioned della conclusiva "La centesima volta" con un ispiratissimo Terragnoli, fino ai tempi dispari della sublime title track danno a questo album un sapore soave e coinvolgente dove ogni nota riesce a disegnare, sospese nell'aria, le paraboliche qualità interpretative di questi quattro musicisti. L'irrefrenabile gioco di Pacorig di prendersi gioco del piano elettrico per impadronirsi della sua anima viene ridimensionato dall'eleganza di Terragnoli che, sulle sei corde, si muove con indolente padronanza. Il supporto ritmico dei collaudati DeRossi-Gallo sono l'inevitabile colla emotiva che tiene assieme un impasto tanto delicato quanto impudente..... Ultima (ma non ultima) nota di merito va alla bellissima grafica curata da Matteo Saccomani che degnamente veste uno dei dischi italiani più interessanti di quest'anno.

Joyello _Fard Rock _ http://fardrock.wordpress.com/2006/09/15/

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Musica al suo stato piu' puro. Improvvisazione intesa come metodo compositivo collettivo ed istantaneo. Segni sonori asciutti come aforismi Zen lasciati cadere su pulsazioni ipnotiche e febbrili. Squarci di una psichedelia nuova, dalla valenza visuale, cinematografica. Diluizioni di suono trovate con un istinto killer per proporzioni e colori. Spostamenti in tempo reale guidati solo da radi ma nitidissimi punti di riferimento micro-tematici. La chitarra di Enrico Terragnoli e' una scatola dei suoni dagli illimitati doppifondi. Il Rhodes di Giorgio Pacorig si smaterializza per emanciparsi dai limiti della propria letteratura tradizionale. Il basso di Danilo Gallo si aggira scuro dalle parti delle budella e il drumming di Zeno de Rossi e' qui davvero imprendibile.

Giorgio Signoretti
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C'e' un'Italia che si sopravvaluta e un'altra che si sottovaluta. C'è un paese che crede che tra Shakira e Laura Pausini non ci sia differenza, anzi, e crede che le Vibrazioni siano un gruppo rock. C'è un'altra parte del paese che invece realizza opere interessanti tanto quanto se non di piu' di quelle oltreoceano e quasi ne è imbarazzata.... Tra i tanti linguaggi musicali sotterranei, poco remunerativi ma di grande soddisfazione "morale" e artistica (siamo alle solite, lo so) mi ha colpito il lavoro di un gruppo di musica improvvisata che fa riferimento alla coraggiosa e realmente indipendente etichetta EL GALLO ROJO. La band in questione (vedete li tratto già da rockettari...) si chiama MICKEY FINN, DAL NOME DI UN BENEFATORE/BARISTA CHE NELLaMERICA DEI BEI TEMPI, ERA SOLITO DROGARE I CLIENTI PER POI FINIRLI IN TUTTA CALMA. La formazione vede alle tastiere GIORGIO PACORIG,DANILO GALLO alle corde basse,ZENO DE ROSSI ai tamburi e ENRICO TERRAGNOLI alla "chitarra". Registrato nella notte di Walpurga della primavera dello scorso anno e poi mixato nei benedetti studi di Stefano Amerio, gli ARTESUONO di Cavalicco (UD), MICKEY FINN (you're Mickey finn, friend, per dire che sei scoppiato di sostanze) può essere visto ANCHE come un omaggio a passati mondi lisergici di qualche decennio fa, quando droga era solo un effetto senza conseguenza. Il lavoro è un cut up di un'unica session improvvisata raccolta dal tecnico BLAZ CELAREK e questa è solo una delle tante somiglianze con l'universo parallelo del Davis elettrico piu' inquietante, quello dell'album GET UP WITH IT, al quale Mickey Finn somiglia. A differenza di quest'ultimo MickeyFinn ha la tendenza a perdersi sconosciuta a Davis e quindi il materiale sembra meno prender forma, attingendo ad una forma di organizzazione degli spazi piu' inconscia. E? possibile che il tipo di droghe assunte sia differente da quelle degli anni 70. Qui l'effetto sintetico è piu' ossessionato e languido, privo di quella programmaticità davisiana. MARCELLO MASTROIANNI, la rumba dedicata al tenero attore, sembra I only have eyes for you, cantata da un ubriaco teneramente saturo di Armagnac Hennessy. DUDEK! è Franco Micalizzi. REDRUM REDRUM REDRUM si situa dalle parti di Calypso Freelimo e attende la voce di un Tricky per completare il trip hop sabbatico. THE RETURN OF THE GIANT SQUID dal titolo cormaniano legata a SMILE DEAD SMILE stanno in un deserto di Almeria e Inferno di Dario Argento. Potrebbe essere il complemento alle musiche di un western alla Canevari con Bill Frisell motore di idee.SNOID, tra le più davisiane e non per la presenza della tromba di KYLE GREGORY, ma perchè ha il tono apocalittico di certo Davis anni 80. L'atollo hawaiano di pace e serenità e meritata solitudine de LA CENTESIMA VOLTA chiude questo trip pressochè infernale ed iniziatico. Come si potrà VEDERE all'ascolto stavolta è calata giusta.... La chitarra di Enrico Terragnoli si aggira come un anziano avido di tesori nel mercatino delle pulci di una fiera di paese; il basso di Danilo Gallo sembra avere un'ostinata antipatia per le note e sogna di essere un vecchio portone cigolante e dall'aspetto osceno; Giorgio Pacorig sfarfalla sulle tastiere in modo aguzzo e laterale creando terreni sterrati e scorciatoie agli stessi; la cassa loffa e i piatti sfarinosi di Zeno de Rossi sono semplicemente autostrade. buon trip!!!! MICKEY FINN: Dudek! (el gallo rojo records, 2006)

Giovanni Natoli __Jazzitalia _ http://www.jazzitalia.net/recensioni/dudek.asp

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Probabilmente le vicende del collettivo El Gallo Rojo sono tra gli eventi piu' significativi degli ultimi anni di jazz italiano: in uno scenario che vede sempre piu' ampliarsi il divario tra artisti e possibilita' produttive "big" (i vari Rava, Fresu, Bollani) e la mariade di jazzisti cui le piccole etichette garantiscono ormai praticamente solo di "esistere" discograficamente, il fatto che una label riesca a coagulare attorno a se' idee e artisti nuovi e consenta loro di creare una rete (con piu' di qualche addentellato con downtown di New York) di questo livello e' un esito rimarchevole. Tra le ultime uscite spicca "Dudek!" del quartetto Mickey Finn, vintage onirico elettrico cucinato in modo prelibato dalle tastiere di Giorgio Pacorig, con le chitarre di Enrico Terragnoli e la ritmica pulsante di Danilo Gallo e Zeno De Rossi. Tra Morricone e Sun Ra, come uno Zorn risucchiato dalle sabbie mobili in un vecchio b-movie, "Dudek!" cola i suoni dentro gli angoli piu' bui e ne accende i dettagli fluttuanti. Notevole! (8)

Enrico Bettinello _Blow Up _dic 06

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Secondo Wikipedia, l'enciclopedia libera della rete, il termine Mickey Finn può riferirsi, tra le altre cose, al batterista dei mitici T-Rex, alla striscia di fumetti pubblicata negli Stati Uniti tra il 1936 e il 1976, oppure al drink addizionato di sostanze psicotrope utilizzato per far perdere conoscenza al malcapitato di turno e presente nelle trame di molti romanzi gialli. Alla luce di quanto si ascolta in Dudek!, dei pensieri evocati dalle foto di copertina, inquietante nella sua cerulea fissità quella di fronte, esplicita nella sua raffigurazione quella sul retro, della inusuale grafia dai caratteri gotici delle liner notes, saremmo propensi a credere che proprio il diabolico drink sia in qualche modo fonte di ispirazione di Mickey Finn, il quartetto protagonista dell'incisione. I continui cambi di umore, i salti di registro, le variazioni di atmosfere, i momenti di statica ipnosi e quelli di apparente ottundimento sembrerebbero provenire direttamente dagli effetti, a mo' dell'assenzio di baudelairiana memoria, di quella mitica bevanda. E' musica fluttuante nella quale la libertà dell'improvvisazione rafforza immagini e visioni sonore, superando il concetto tradizionale di composizione. L'ottimo risultato ottenuto è reso possibile dal comune sentire dei musicisti coinvolti, dalla loro sensibilità che oltrepassa i vincoli stilistici, abbatte le barriere tra generi, si fa beffe di codici e convenzioni. Giorgio Pacorig e il suo Rhodes lanciano cristalli di note e creano cascate timbriche di notevole effetto, Enrico Terragnoli è una sorta di mutante della chitarra, capace di espanderne il suono verso molteplici direzioni con una pertinenza invidiabile, Danilo Gallo è il centro (o)scuro della pulsazione (a)ritmica, Zeno De Rossi frantuma il materiale sonoro in mille particelle ritmiche con leggerezza e nonchalance. In un lavoro dalle atmosfere dense e nebbiose, spiazzano piacevolmente l'ascoltatore "Marcello Mastroianni" e "La centesima volta". L'andamento sinuoso del primo con l'aria iniziale dal sapore retrò viene progressivamente irrobustito, fino quasi ad esserne squarciato, dalla chitarra lisergica di Terragnoli, con un effetto straniante di rara efficacia; mentre il brano conclusivo gioca di sottigliezze e sfumature in una sorta di ninna nanna carezzevole e allucinata. Mickey Finn si rivela, così, l'ennesima interessante formazione sfornata da El Gallo Rojo, etichetta/collettivo/laboratorio che si sta confermando una delle realtà più stimolanti e creative del nostro panorama musicale.

Valutazione: 4 stelle

Vincenzo Roggero _All About Jazz _ http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=10966

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La cosa che forse incuriosisce per primo in questo album è il nome stesso del gruppo. Mickey Finn è una persona o è un gruppo musicale? Naturalmente la curiosità è stata tale da far scaturire, anche a me, una piccola ricerca. Saltano fuori diversi Mickey Finn. Uno addirittura è realmente esistito come musicista (T-Rex), uno come personaggio di un fumetto americano ma i nostri cari della El Gallo Rojo hanno deliberatamente preso il nome dal proprietario e barista del Lone Star Saloon and Palma Garden Restaurant di Chicago della fine dell'ottocento, appunto Mickey Finn. Un ex borseggiatore di ubriachi da bar. Ma come si dice "il lupo perde il pelo ma non il vizio" e così, anche dopo aver trovato un lavoro più onesto, il nostro caro Mickey continuò a coltivare il suo piccolo passatempo. Mescolava nella bevanda, da servire al malcapitato, dell'idrato di cloralio, chiaramente documentato nelle immagini di copertina. L'album sembra descrivere una tipica serata, di una qualunque vittima, trascorsa di fronte al bancone del bar di Chicago. Musicalmente, soprattutto la prima parte, il lavoro ricorda vagamente "Da qui" dei Massimo Volume anche se meno melodico. In generale anche la sequenza dei brani non si discosta molto, capitoli di una storia. Dal primo all'ultimo brano, si ha la sensazione di percepire gli avvenimenti che si stanno svolgendo, dall'ignara vittima che entra nel bar per un Redrum.Redrum.Redrum "corretto" (Red-rum?), al La Centesima volta e altre cento ancora che si ripeteranno tutti i giorni. Dallo Smile dead smile sorriso da deficiente, allo stordimento nella capoccia confusa Mirrors in the brain e così via con cambi di umori e atmosfere oniriche e irrequiete. Un album che potrebbe piacere non soltanto a chi ama un insolito jazz, ma anche a quelle persone che masticano un po' di rock fuori dalla consueta radio.

Angelo Abbonante _Jazzconvention 07